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Il carattere di un torinese
Di vespa (del 25/08/2006 @ 01:49:53, in News , visitato 1128 volte)

Ieri sera cena al giapponese.
Da Oashi in corso Regina Margherita. Arrivo per primo. Lei è in ritardo. Di poco. Arrivando puntuale mi viene in mente all'improvviso perchè non mi piace Oashi. Arriva. Entriamo. Fuori rimane una tipa con gli occhiali che chiama gli amici che sono in ritardo. Una che sembra appena uscita dal Meeting di Rimini. E' lei che mi fa ricordare perchè non mi piace l'Oashi. Ci sediamo. A fianco c'è una coppietta. Con un bassotto.
Ecco perchè l'Oashi non mi piace. 
Ordiniamo. I giapponesi a Torino si assomigliano un po' tutti.
Mi ricordo sempre meglio perchè non mi piace l'Oashi.
Il menù è tutto fitto e non ci capisco una mazza. 
Perchè è il classico giapponese dove ci vanno le ragazze borghesi (impiegate, commesse, studentesse di origine benestante)  e le sciampe, quelle un po' avanti con gli anni e terribilmente single, in gruppo. Perchè  ci sono le tavolate con le famiglie (sempre) borghesi e figli. Perchè ci vanno le coppiete di giovani per bene: lei con la gonna alla Holly Hobby, lui con l'occhialino, l'aria da architetto o maniaco del Poli e la vecchia Vespa parcheggiata fuori. Con o senza bassotto. Perchè in mezzo a queste coppiette ne trovi anche un paio in tiro che dopo vanno automaticamente alla Lutece o al Gran Bar. E che vengono qui perchè è meno caro di Mister Hu o di Tobiko o del Kiki o del Wasabi e lì invece ci vanno per spendere solo se sono in gruppo o per occasioni di rappresentanza. Oashi non mi piace perchè i tipi appena tornati dalle vacanze si danno il gancio qui, anche quando non è estate, con lei che è vestita malissimo e ci manca solo che venga qua con "le ciocie e le calze a bragarella". Anche se lui ha la Mini blu metallizzata parcheggiata fuori in doppia fila.
Bevo sakè. Caraffette in ceramica tradizionale. Ne bevo uno. Ne bevo due. Ne bevo tre. Paghiamo il conto.  Paga tutto lei, la carta più veloce del West. Lei chiama il Taxi. Io vado via in scooter. Oashi non mi piace e allora mi viene voglia di bere ancora qualcosa.
E vado al Pastis. Al Pastis capisci che in città sono ritornati quasi tutti e l'incantesimo s'è rotto. Sono tornati tutti e per di più sono tutti maschi. Che bevono  la birra direttamente dalla bottiglia. A ciuffi. In coppia. Distribuiti sull'orlo del marciapiede. Se il marciapiede fa una curva larga anche loro fanno una curva. Larghissima. Mi scappa. Vado al bagno. C'è una coda di 10 persone. Pardon: di dieci maschi imbufaliti. Per la coda. (Il Pastis cmq è un gran posto e mi ricorda Roma). 
Bevo un rum scuro. Riparto.
Vado alla Lutece come la coppietta in tiro di cui sopra.
Bevo un altro rum. Riparto.
Vado a casa. Ho un dvd da vedere. "CHIEDI ALLA POLVERE" il film tratto dall'omonimo romanzo di John Fante. Accompagnato da un barattolo Medium di Haaghen Dazs "Pralines & Cream". Un gran libro. Un gran barattolo. Anche il film si fa vedere. Ad un certo punto Arturo Bandini si dice: "Alle volte penso che basti avere un paio di occhiali da sole e una polo per essere un californiano..." Forte. E allora, dopo la mini-galleria elencata pocanzi..mi chiedevo: cosa ci vorrà per definire il carattere di un torinese.
Qualcuno, vissuto prima di noi, diceva: una dose di silenzio e una mappa su cui è segnata una dritta via.